I fossili come lo scheletro di Antonio oltre ad avere un enorme valore scientifico, sono dei fari nel tempo dai quali si intravedono, poche volte con chiarezza e tante volte confusi, dei mondi lontani che ci riconducono alle soglie della comparsa della vita sulla Terra, ma al di sopra di tutto, ci portano a ridurre il nostro ego di piccoli uomini contemplando un universo molto più immenso fatto di spazio e tempo.

Mi chiamo Tiziana Brazzatti e nel lontano 1994 stavo per laurearmi all'Università di Trieste.
Come di prassi avevo scelto una tesi, era in Micropaleontologia. Mi era
stata pure proposta una tesina in Rilevamento Geologico, proprio nelle
aree circostanti Villaggio del Pescatore.
Per mesi ho battuto palmo a
palmo la zona, dalle Foci del Timavo, presso la Chiesa di San Giovanni
in Tuba, fino alla ex Cava, dietro il campeggio. Martello, bussola,
lente, quaderno di campo per scrivere appunti sugli affioramenti
rocciosi.
Il 25 aprile 1994, giornata di festa nazionale, come al solito
mi trovavo in zona. Avevo constatato pochi giorni prima che gli strati
rocciosi calcarei nell'area dietro la cava subivano un cambiamento nella
loro direzione, segnale di un disturbo tettonico, una faglia. Volevo
verificare questa ipotesi.
Proprio da quella parte c'era un boschetto
intricato e pieno di rovi. Mi sono addentrata a carponi per la prima
volta tra questi cespugli, misurando gli orientamenti di tutti gli
affioramenti esposti in superficie. Ho trovato segni di scavi
precedenti... sapevo che in zona avevano rinvenuto delle ossa di un
presunto dinosauro... c'erano stati già parecchi paleontologi a
perlustrarla... mi sono allontanata alla ricerca di una roccia integra.
Dopo un po’, misurando la posizione spaziale di un altro affioramento
calcareo, mi sono accorta che c'era qualcos'altro sulla superficie...
oddio una manus (arto) di un rettile!
Scrivetemi: tiziana@dinosauroantonio.it
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